Vi proponiamo la splendida recensione di Fabio Pedone a La bella indifferenza, la raccolta di racconti di Sarah Hall, apparsa domenica 6 aprile su Alias, il manifesto.
Sarah Hall è una delle più interessanti autrici inglesi nate negli anni settanta; in lei il fondo percettivo della scrittura non è mai troppo lontano dalle sue radici, piantate in un paesaggio difficile, petroso: quello della regione della Cumbria, in cui è nata. Qualità che emerge con la massima evidenza nella sua prima raccolta di racconti, La bella indifferenza (ottima traduzione di Giovanna Scocchera, edizioni gran vía, pp. 133, € 13,00). Il libro con cui Hall si confronta finalmente con la forma breve arriva dopo ben quattro romanzi, il più brillante dei quali, Ritratto di un uomo morto, è già stato pubblicato dallo stesso editore nel 2012. E anche qui si ritrovano – ma esaltate dalle strettoie e dai ritmi peculiari della short story – un’immaginazione di cupa intensità e una lingua viscerale, esatta ma senza l’ossessione dell’asciuttezza, modellata sulla natura coriacea del nord, sulla «strana bellezza» che si trova «nelle pieghe più profonde (…), nel fumo che sale dai roghi e nelle pozzanghere sul pavimento del mattatoio». In questi sette racconti le donne sono sole, chiuse in un mondo fatto di visioni incerte e minacciose, spesso annegate nell’urgenza insopportabile di una realtà composta di dettagli violenti che non si possono sfuggire. Gli uomini quasi non esistono: sono ombre sullo sfondo, voci lontane, e quando entrano in scena lo fanno per deludere. Sono mariti spenti, amanti brutali, esseri indecisi. Le amiche, se ci sono, sono rivali, specchi ricattatori, oppure figure di una fragilità enigmatica, aliene a un mondo incomprensibile, che stanno per lasciare. C’è un tono di fondo che impone coerenza alla raccolta e si unisce alle sue immagini predominanti, dando origine a una dimensione narrativa evidente: quella del dialogo con se stessi, che diventa vero e proprio stratagemma formale nell’unico racconto non ambientato nell’oggi, Il fiume lungo la notte: che non a caso è il testo da cui traboccano in maniera più esplicita i riferimenti a un mondo arcaico, a una vita che scorre sotto il potere di energie magiche, simboleggiate dagli animali. La crisi che la maggior parte dei personaggi deve affrontare sembra proprio nata dalla rottura di un equilibrio naturale, che solo l’atto dell’assumere su di sé una violenza primigenia potrà restaurare. Così la protagonista del racconto andrà a caccia dei visoni che stanno razziando le greggi del paese e con le loro pellicce comporrà «vendendo l’anima a una marmaglia di spiriti», una mantella da regalare a Magda, l’amica che sta morendo di un male misterioso. Ma c’è sempre un distacco, annunciato o consumato, e c’è sempre un’esposizione intollerabile di qualcosa che dovrebbe restare lontano dalla vista. Il sangue che circola in questi racconti, coagulandosi in immagini che toccano sul vivo, dice che il destino inesorabile se si vuole oltrepassare la crisi e proseguire al ritmo del tempo è scoprire la ferita, tentando però di restare impermeabili al dolore lancinante che risveglia. Lo sa bene la protagonista di Profumo di massacro, che da piccola ha ferito per sbaglio un coniglietto e ora da adolescente si confronta ancora una volta con la rudezza della vita e lo scandalo della violenza (un cavallo che sta morendo di fame per l’incuria del suo padrone). Quella di Sarah Hall è una scrittura all’altezza del corpo, di cui non nasconde nulla. Come in un altro suo libro, The Electric Michelangelo, il corpo è un territorio fragile, invaso, schiavo di un eros imperioso, segnato da cicatrici, lividi, «rose infette», sempre sotto la minaccia della disgregazione («era come incontrare Nelly la strega dei sogni, la strega che ti cuce all’orlo del suo mantello e poi vola via, trascinandosi dietro la tua pelle, così poi al risvegli ti risvegli scuoiato»). C’è un transito di significati tra corpo e paesaggio, se una cicatrice sulla guancia accende subito l’immagine di «felci in fiamme nella brughiera» nel racconto eponimo della raccolta. Una natura inafferrabile, che non sente e non pensa, sarà allora pronta a riaccogliere nel suo grembo amaro l’essere umano, che nella sua incertezza è una nota stonata, «fuori sincrono» rispetto al ritmo invincibile delle cose. E tutto è fermo anche quando tutto cambia: la violenza originaria della terra del Nord avrà l’ultima parola sulla protagonista di Api, che si era trasferita a Londra in fuga dal passato. In fin dei conti La bella indifferenza – che conferma il notevole calibro di una affascinante voce di narratrice – è un libro di lutti attesi o provocati, di colpe già scontate vivendo; un libro sul fare amicizia con la morte. Sotto le apparenze anodine della vita quotidiana ribollono le energie animali a cui non si può non tornare: nell’opporsi alla caducità di vite e amori, il desiderio oscilla tra incertezza e dismisura; ma alla fine le donne di Sarah Hall riconosceranno in se stesse quelle forze oscure da cui cercano di sfuggire.