Per la nost
ra rubrica Parola di traduttore, ospitiamo oggi Fiorella Moscatello, traduttrice di Ritratto di un uomo morto insieme a Giovanna Scocchera, che ci racconta il suo personale e intenso viaggio nel mondo di Sarah Hall.
Marzo 2014. Scendo le scale di casa, apro il portoncino e mi avvicino alla buca delle lettere. Un pacchetto giallo mi guarda dalla fessura. Lo aspettavo. Felice come quando da bambina aspettavo che papà tornasse con le pizze, apro la buca delle lettere, agguanto il pacchetto e risalgo le scale di casa. Annuso le pagine e provo a immaginare quali regali mi farà, stavolta, Sarah Hall. Nel pacchetto, infatti, c’è il suo terzo romanzo, The Carhullan Army. Sulla copertina, un estratto dal «Times» recita: “As rich and exhilarating as it is disturbing”. Sorrido e penso: Evvai!
Ho avuto la fortuna di “incontrare” Sarah Hall nel 2011, quando ho tradotto insieme a Giovanna Scocchera il suo quarto romanzo, How to Paint a Dead Man (in traduzione, Ritratto di un uomo morto). Tradurlo è stato un magnifico viaggio all’interno di un mondo complesso e ammaliante, in cui quattro voci molto diverse fra loro si alternano capitolo dopo capitolo in un maestoso impianto di equilibri linguistici e giochi di incastro fra le vicende di ognuno. L’autrice crea un romanzo “a più voci” in cui ogni personaggio vive nel suo personalissimo universo linguistico e umano ma si armonizza bene con quello degli altri. Lontani ma vicini, legati dal filo dell’arte e dal desiderio di ritrovare un punto fermo dentro di sé, quel punto fermo che vacilla quando ci si trova ad affrontare prove dure come un lutto, una malattia, la vecchiaia, un incidente.
Ritratto di un uomo morto, a dispetto dei rimandi nel titolo, non è un libro che mette tristezza, angoscia, o ansia. Anzi, tutto il contrario. È un libro in cui la forza dell’essere umano irrompe con prepotenza a travolgere gli argini della sorte e a trasformare il dolore, creando bellezza e poesia, e mettendo sempre, davanti a tutto, l’accettazione e la spinta vitale.
Nata nel 1974 a Carlisle, nella contea di Cumbria, Sarah Hall ha colpito fin dal suo esordio critica e pubblico per l’originalità e la forte personalità linguistica che vengono fuori dalla sua opera, collezionando un premio letterario dopo l’altro. Il suo universo creativo sfugge a qualsiasi tentativo di definizione; in esso dirompono la forza incontrollabile della vita nel suo senso più profondo, fatto di contraddizioni necessarie e impeto inarrestabile, e il piacere di giocare ed emozionare con la lingua perché, come dice lei stessa:
There’s joy to be had in the sound of the words in your own head […] not just for the pleasure of a text’s internal music, but because the way language is used … is part and parcel of moving people.
La scrittura di Sarah Hall coglie dettagli, forme e intuizioni, e lo fa in un modo che toglie il fiato. Nelle sue pagine non c’è posto per i sentimentalismi, ogni parola cade sempre al posto giusto con leggerezza, sobrietà, precisione e una sensibilità che definirei quasi “animale”. Quella di Sarah Hall è una lingua ancorata alla realtà e fatta di cose terrene e allo stesso tempo divine, ed è una lingua che non di rado sa di poesia. Tradurla, quindi, ha significato soprattutto cercare di rendere onore alla bellezza del linguaggio, prestando orecchio, cuore e mano al ritmo della sua prosa nel tentativo di ricrearne le mille sfaccettature e la ricchezza delle espressioni. Sarah Hall gioca con le parole creando immagini vive e musica, scene limpide e precise modellate su una lingua bella e tutta sua, grazie alla quale le scene e i personaggi risultano toccabili, pulsanti e pervasi di vita.
Tempo fa mi sono imbattuta in un libro di Giulia Niccolai, Cos’è poesia. C’è un passo, in quel libro, che mi ha fatto subito pensare a Sarah Hall:
[…] e proprio in quella situazione così negativa, ebbi per un attimo la percezione del meraviglioso senso epico dell’esistenza e della mia vita. Un’apertura del cuore, uno spazio interno infinito che abbracciava il mondo e risaliva lontano, lontano nel tempo […]
In Ritratto di un uomo morto io ho respirato proprio questa “apertura del cuore” e una profonda comprensione del dolore, a cui l’autrice riesce a dare forme mai banali; ci ho trovato anche un grande amore per gli esseri umani, per la vita e per l’arte nella sua accezione più ampia, e tutto questo senza dicotomie: non c’è il bene e il male, il buono e il cattivo, il bello e il brutto, ma un semplice e continuo fluire che si arricchisce di immagini e storie commoventi.
E dopo un incontro così fulminante, come avrei potuto non scegliere un altro suo romanzo per il mio lavoro di tesi? Cercando cercando (ma neanche tanto), l’occhio mi è caduto su The Electric Michelangelo, il suo secondo romanzo, pubblicato nel 2004 e candidato a vari premi, tra cui il Man Booker Prize. Il romanzo narra la storia di Cyril Parks, o Cy, come viene più spesso chiamato nel libro, che nasce a Morecambe Bay, località costiera dell’Inghilterra del Nord famosa per il potted shrimp, e lì trascorre l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza. Rimane orfano praticamente appena nato e fin da bambino è costretto ad aiutare sua madre Reeda nella gestione del Bayview Hotel, un albergo che diventa rifugio dei malati di tubercolosi. Fondamentale sarà per Cy l’incontro con Eliot Riley, il miglior tatuatore della zona, che gli chiede di fargli da apprendista. Il ragazzo accetta e scopre il suo talento e la bellezza di quest’arte; una volta morti sia sua madre sia Riley, decide di trasferirsi a Coney Island dove apre il suo negozio di tatuaggi con lo pseudonimo di Electric Michelangelo. A Coney Island, Cy farà incontri bizzarri: artisti circensi, colleghi tatuatori, venditori ambulanti. E incontrerà Grace, misteriosa artista del circo arrivata chissà da dove, che condivide l’appartamento con un cavallo (!) e che gli chiederà di tatuarle tutto il corpo di occhi verdi.
Le vicende narrate sono affascinanti e a dir poco bizzarre, ma quello che salta all’occhio è, in questo caso ancora di più che in Ritratto di un uomo morto, la lingua impiegata. In una recensione apparsa sul «New York Times», Susan Cokal dice:
True art is mysterious because an overall effect is greater than the sum of individual elements. The way to read The Electric Michelangelo, then, is to put aside quibbles about plot and allow the language and imagery to sweep you up.
The Electric Michelangelo è come un arazzo ingarbugliatissimo, folgorante e insolito, come un caleidoscopio gigante. Risaltano con prepotenza le immagini dei malati di tubercolosi che vomitano nelle bacinelle che Cy dovrà ogni volta risciacquare e rendere di nuovo pronte all’uso, il sangue che sputano, le domande che il ragazzo si pone sul senso della malattia e degli “scarichi” del corpo umano, il corpo che diventa tela sotto l’ago del tatuatore, le emozioni di chi si sottopone a quei disegni e le motivazioni che stanno dietro a scelte così “indelebili”. Tutto questo Sarah Hall l’ha descritto con una lingua molto densa, con una prosa che in certi passaggi è sinuosa e lirica e in altri molto frammentata e ostica. Le pagine sono ricche di colore e di immagini vivissime, in certi passaggi sembra quasi di vedere e poter toccare la carne usata come tela. Durante la lettura, più e più volte mi è capitato di fermarmi, atterrata dall’emozione e dall’incredulità, e di pensare: Questo libro è magia. Come quando mi sono imbattuta nella descrizione dell’Aurora Boreale:
Outside there was nothing but a red sky. Red long past sunset and long before sunrise. Red of an impossible hour. Red, and behind that struggling green, and behind that trapped and gentlest white. It was light that had neither the impatience of fire, nor the snap of electricity, nor the fluttering sway of a candle. It was light that was nature’s grace, unhurried, the slowest, seeping effulgence. Lesser and greater than all light. Blood of the sky.
(The Electric Michelangelo, pag. 54)
Sarah Hall ha creato mondi straordinari, che intrigano e coinvolgono, che sporcano e guariscono, che pulsano e puzzano, che commuovono e atterriscono, che divertono e ammaliano. E come non innamorarsi dei personaggi venuti fuori dalla sua penna? Come non innamorarsi di Giorgio, il vecchio pittore malato che in Ritratto di un uomo morto tiene un diario su cui annota le ultime riflessioni sull’arte e sulla vita dal semi eremo della sua casa in collina? In una delle ultime pagine del suo diario, Giorgio tira le somme di tutto e ci regala riflessioni preziose e momenti di intensa commozione:
Il quadro delle bottiglie blu è quasi finito ormai. Sono soddisfatto. Stare in piedi davanti al cavalletto è difficile, perché ho meno forza del solito. […] Le bottiglie sul tavolo dello studio raccolgono e rilasciano le loro correnti luminose non appena la luce di ogni giornata arriva e passa. Cosa posso dire, infine, su di loro? Non lo so. Non hanno risolto nulla, ma mi sono sempre bastate.
Gli sforzi artistici degli uomini rappresentano l’apertura umana, la curiosità, questo è quello che penso. Quando tentiamo di valutare, o di prevenire, raramente indoviniamo. Le nostre menti sono irrequiete per natura, e brancolano nel buio. Siamo esseri sotterranei. Dobbiamo imparare a vivere con i sensi e continuare a essere istintuali, a usare le antenne […].
Aborro la catastrofe in ogni sua forma. Molte cose avrei voluto conservare e riparare. E ci sono ancora molte cose da mettere in ordine. E nonostante tutto, aspetto che la neve si posi sulle montagne.
(Giorgio, dalla sua casa di Serra Partucci)
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