In attesa del nuovo libro di Sarah Hall, La bella indifferenza, in libreria il 26 febbraio, vi proponiamo in lettura un brano della sua precedente opera, Ritratto di un uomo morto, nella traduzione di Fiorella Moscatello e Giovanna Scocchera.
Al fresco della stanzetta sul retro, nella casa materna, Annette misura gli steli delle rose aiutandosi con l’avambraccio. Bisogna lasciarli abbastanza lunghi, almeno quanto la distanza tra il polpastrello e il gomito. Bisogna tagliarli sotto l’acqua corrente, per evitare che le teste bianche si pieghino, come suore in preghiera. Spunta gli steli, uno alla volta, poi chiude il rubinetto, assicura con il fermo le lame, e mette le cesoie da una parte. Dispone le rose in un vaso di porcellana e attraversa il cortile, stando bene attenta a non inciampare sul pavimento sconnesso. Sistema il mazzo sul retro del furgone, vicino alle fresie e ai narcisi, e chiude le ante con due colpi.
Maurizio è seduto alla guida, e sta facendo colazione con una melagrana. Annette sale e si siede vicino a lui, che continua a mangiare rumorosamente. Poi esordisce dicendole: «Tu non mi vuoi bene. Se mi volessi bene mi avresti regalato una rosa da mettere dietro l’orecchio». Annette sorride e china la testa. Suo fratello maggiore è un burlone. La accusa sempre di non volergli bene, quando invece sa benissimo che non è vero. La loro madre è in piedi davanti all’ingresso di Castrabecco, avvolta in un lungo scialle e un vestito scuro. Tra le dita ha un crocefisso, che strofina da un lato all’altro, lungo la catenella. Maurizio sussurra: «Un giorno o l’altro ci appiccherà un incendio, con quel coso. E poi se ne andrà via tra le fiamme».
«La mamma ci sta aspettando?» chiede Annette.
«No» risponde lui, e poi con aria indifferente dice: «L’ho accoltellata e ho lasciato tutti i pezzi nella vasca da bagno. Che disastro. Dopo dovrai pulirla, Netta. E poi scapperemo». Sua sorella ride, anche se sa che non è una bella cosa da dire. Ma Maurizio è un ragazzo, e le regole per lui sono diverse. Può vedere i film americani il sabato sera, e può dire cose cattive, a patto che dopo averle dette riesca a farsi perdonare. «Mamma ci sta salutando?» gli chiede Annette. Maurizio gira la chiave e il furgone sobbalza. «Sì, con il suo maledetto moncherino!»
Il tragitto che porta al mercato dura appena cinque minuti ed è senza traffico. Un’ondata di foschia è salita su dal lago e si attarda intorno ai gradini della città vecchia. Maurizio si sporge dal finestrino e chiude lo specchietto laterale non appena entrano nell’angusta cittadella e fanno il loro ingresso in quel teatro estivo. Poi, rivolgendosi ai venditori di porchetta, grida: «È troppo presto, ciccione!» Si sente già l’odore della carne e del carbone bruciacchiato. Gli altri venditori stanno allestendo le loro bancarelle. Annette sente il chiacchiericcio e i pettegolezzi, e il rumore di porte sbattute e di cassette trascinate. Maurizio scarica i fiori dal furgone. Monta il tendone, assicurando bene le viti, e poi ci infila sotto uno sgabello di legno. «Ecco, il tuo trono. Bene, adesso vado, non mi vedrai mai più. Non sentirti in colpa per non avermi voluto bene abbastanza da farmi restare». Le mette le mani intorno alla vita, la solleva e la fa volteggiare, sei o sette volte, Annette non riesce a tenere il conto. Il vento le sfreccia accanto. Qualcuno vicino a lei ridacchia, e sente la sua gonna gonfiarsi. Quando Mauri la rimette giù, fa fatica a stare in equilibrio, così allunga le braccia e si appoggia allo sgabello. «Mauri?» Ma è già andato via. Le marce stridono e la vecchia Lancia si allontana rimbombando. Dalla bancarella dell’usato, Elemme grida: «Ehi, tuo fratello è proprio un bel ragazzo. Somiglia a Mastroianni. Ha lo stesso mento».
Annette sistema i mazzi in modo tale che le rose siano in prima fila: oggi sono perfette. Ma tempo un giorno, e avranno già iniziato ad appassire, deve fare il possibile per venderle. Sua madre dice che le rose hanno il potere di indurre ogni uomo che ci passa davanti a chiedere alla propria donna di sposarlo. Secondo lei le rose ispirano pensieri virtuosi. Annette si abbassa per sistemare bene quelle piccole amiche romantiche, attenta a non schiacciare troppo forte, a non far male ai petali delicati e non lasciare una macchia grigia. Il profumo delle rose è troppo forte per delle creature tanto esili; è come se fosse stato creato artificialmente e poi spruzzato in seguito. Probabilmente suo zio Marcello le saprebbe dire perché, se glielo chiedesse. Lui se ne intende di fragranze. Oltre a coltivare i fiori per il mercato, e le verdure, estrae l’olio dalla lavanda e lo vende alle profumerie di Parma. L’anima di un fiore non è nella forma o nel colore, ma nel profumo, dice spesso.
Presto arriva il caldo, e la foschia si dissolve. Un venticello leggero si fa sentire a intervalli regolari attraverso le entrate del mercato, e porta con sé un ricordo di erbe selvatiche, giunchi di lago e bestiame. Dal bar di fronte arrivano i rumori di sedie trascinate, tovaglie sbattute, e acciottolio di piatti. Alcuni venditori hanno già iniziato a mercanteggiare. I garzoni della cucina dell’hotel cercano cipolline dolci da caramellare, carne di buona qualità, e polpo di importazione, da spaventare una e due volte con la promessa dell’acqua bollente, prima di affogarlo del tutto. Si sente il tintinnio dei coperchi di vetro, sollevati per annusare gli aromi; il crepitio della carta del prosciutto e del pesce affumicato, come lo schianto di un fulmine caduto sulla superficie dell’acqua. Le voci si impennano e rotolano giù per i vicoli, chiacchierano e spettegolano. Annette riconosce gli zoccoli incerti delle donne anziane e i tacchi striduli e sottili delle giovani mogli. Qualcuno sta sgranocchiando la buccia di un frutto. Una tovaglia volteggia nell’aria. Il teatro estivo ha aperto i battenti.
Se Annette non sapesse come sono fatti gli uomini, se non li avesse mai visti prima, se li immaginerebbe come creature bizzarre, metà insetto, metà stoviglia, con ali di tulle o latta, baffi, zoccoli di cavallo e tintinnanti code di aragosta. Perché a sentirli, sembrano tutto fuorché creature pulite e delicate. La pesante tonaca del prete le sfila davanti come il piumaggio rigido di un uccello gigantesco. Il tintinnio degli orecchini e dei bracciali di Elemme risuona come una percussione esotica. A casa, quando sua madre le raccoglie i capelli nel classico chignon, le setole fanno il rumore della lingua del gatto mentre lecca qualcosa.
Annette si fa spesso domande su di Lui. Sa che Lui non è un essere umano, non è fatto di capelli e carne. Ma che aspetto ha? Ha due corna e un grugno, le zanne di un cinghiale, o le squame di un serpente? Ha gli occhi in cima a due peduncoli? Le sue ginocchia si piegano al contrario come quelle di una gru, con le articolazioni consunte e lucenti come cuoio invecchiato? Ha una coda grigia affilata, come la punta di una matita, come le code mozzate delle lucertole? In bocca ha forse dei vetri rotti, o due file di denti, con i quali divora le prede? Ma di cosa si nutre? Per quanto si sforzi, Annette non riesce a ricordare l’immagine che ha visto una volta, e sua madre non risponde alle domande sulla Bestia. Ogni volta che la interroga su quest’argomento, sua madre inspira nervosamente e lascia la stanza, e Annette riesce a distinguere il fruscio della sua manica mentre si fa il segno della croce, due, o anche tre volte. Solo quando ha mal di testa, o è arrabbiata, comincia a parlare della sua cappa di mosche ronzanti e della sua lunga ombra rossa. L’ombra fatale che si è abbattuta sul padre di Annette quando è morto.
Annette sa che è lì, nella pala d’altare della chiesa di San Lorenzo. Nel quadro c’è un’immagine di lui che si racconta abbia fatto impazzire il pittore stesso, cercando di cavargli gli occhi una volta terminato il quadro. «Ho aperto le porte dell’Inferno» disse l’artista in lacrime ai medici. «Mi sono portato dietro qualcosa di indicibile». Quanto le faceva paura, da piccola, quell’immagine! Su uno sfondo cupo, raffigurava i fedeli nell’atto di sollevare delicatamente il Cristo dalla croce, e dietro di lui un’orribile figura demoniaca, non del tutto a fuoco, bensì distorta; era come se fosse immersa nell’acqua e le sbavature di vernice non riuscissero mai ad asciugarsi, come se fosse immersa per sempre nel tormento. Annette non riusciva a tenere lo sguardo fisso su quel viso demoniaco, eppure riusciva a guardare le brutte ferite di san Sebastiano sulla parete di fronte, e le budella del martire medievale fissato su una ruota dai suoi persecutori. Lei lo sa che è ancora lì nella chiesa, che getta su di lei il suo sguardo lascivo quando si inginocchia in preghiera, e le impedisce di concentrarsi. Lui è vivo, in quel quadro, è vivo e la osserva.
A volte lo sente anche nel trambusto del mercato: un orribile sguardo fisso su di lei, uno sguardo che giunge dal limite più estremo, dal muro più lontano. È come se la Bestia si fosse allontanata dalle torride vesti e dal corpo morto di Gesù, abbandonando la scena della Deposizione per scendere in strada, entrare nel teatro estivo, e cercarla. Rimane in piedi a guardarla, con la bocca aperta e le file di denti scintillanti, gli occhi inumani, e la fronte ricoperta di grumi primordiali. Poi si alza un vento gelido, e lui svanisce, così come quella sensazione.
Un uomo si attarda davanti al suo banco e le chiede il prezzo delle rose bianche. Prosegue senza comprare nulla, lasciandosi dietro solo una scia di acqua di colonia. Dal modo in cui il suono di passi rallenta o accelera, Annette riesce a capire la reazione della gente quando la vede; chi è interessato a comprare i fiori, e chi ha i soldi solo per il pasto della sera. Potrebbe gridare anche lei come gli altri venditori, sollecita, allettante, descrivendo le proprietà benefiche dei suoi fiori: potrebbe dire che la calendula è chiamata “zafferano romano”, e che da una scodella di quel perfetto giallo dorato si ricava abbastanza condimento e colore per riso, torte e marzapane. Che con un germoglio di prugna si può fare il tè. Che i petali di rosa si sciolgono delicatamente in bocca e possono insaporire il gelato. Ma lei non grida.
Nella scuola lì vicino suona la campanella. I bambini della Montessori si accalcano sulle scale come vitelli al pascolo. Suo fratello più piccolo è in mezzo a loro, sta imparando a leggere e a scrivere. Chissà cosa faranno oggi. Magari impareranno una canzone, oppure un gioco nuovo. Cosa reciterà Tommaso quando sarà a casa, e soprattutto, sua madre approverà i suoi progressi? O penserà che sono inutili? Ripensa a quando andava a scuola anche lei. Pensa alla signora Russo, la direttrice, e al signor Giorgio, che andava da loro ogni tanto per insegnargli a dipingere, ed era sempre gentile con lei.
Ticchettii disinvolti di scarpe col tacco si fanno strada attraverso le bancarelle, sostano prima al reparto dei formaggi, con le sue forme generose, poi dall’artigiano dei rosari, e infine al banco delle chincaglierie. A qualche metro di distanza, dei passi prudenti, maschili: una donna inseguita da un ammiratore timido, che non ha il coraggio di avvicinarsi. La donna passa oltre; ha dato un’occhiata in giro, e ha fatto un acquisto, e il pacchetto scricchiola nella borsa di paglia. Si sente uno sbattere di bottiglie, ha comprato del vino. Potrebbero berlo insieme a cena e dirsi da quanto tempo aspettavano di incontrarsi. Annette si piega e afferra con delicatezza uno stelo. Lui si avvicina. Lei gli porge la rosa, e lui la accetta, umilmente e in silenzio, come se a prenderla fosse un fantasma. Dopodiché affretta il passo, e poi inizia a correre. Un’esclamazione di meraviglia, e di contentezza, poi una risata: i passi si allontanano e si dissolvono insieme.
Nella tarda mattinata inizia a tuonare. La pioggia picchietta sul tendone, e cade pesantemente nelle pozzanghere vicino ai suoi piedi. Sembra il suono che Tommaso ha imparato a fare con le labbra, e che tanto irrita sua madre. Annette sposta i vasi e li mette al sicuro, abbassa i lati della tenda. Una volta zio Marcello le ha raccontato che quando tuona significa che il mirto è stato tagliato in due, e sta protestando. Quando spunta il sole è perché le due fronde di mirto sono state unite di nuovo. Ne conosce tante di queste leggende; sua madre le trova spesso inappropriate, le considera una contraddizione alle supreme leggi divine, ma in realtà è superstiziosa anche lei. È superstiziosa con il sale, i numeri e gli animali. Approva e non approva il piccolo amuleto che zio Marcello ha regalato ad Annette e che lei porta al collo: una fialetta verde che contiene concentrato di rosmarino, la difesa più efficace contro i demoni, e la pianta aromatica più sacra.