Esce oggi in libreria il nuovo libro di Sarah Hall, la raccolta di racconti La bella indifferenza, vincitore del Portico Prize e finalista al prestigioso Frank O’Connor International Short Story Award, e noi vogliamo regalarvi in lettura un estratto del racconto “Api”, nella splendida traduzione di Giovanna Scocchera.
Una mattina, non molto dopo il trasferimento nella nuova casa, sei fuori in giardino e ti accorgi che a terra è pieno di insetti. Sono sparsi qua e là, come tanti sgorbi scuri tra i ciottoli ambrati del sud, zampe e ali sottili. Sono decine e decine di api morte. La tua attenzione era stata attirata da qualcosa a terra, forse un’erbaccia o un incarto di caramella portato dal vento, e chinandoti a raccoglierlo ora ti accorgi che il terreno è cosparso di quelle piccole creature. Sono rigide, simili a fossili. Il capo coperto di nero, come nobili a un funerale, le antenne ripiegate sugli occhi con mortuaria compostezza. I loro corpi sono fasciati da bende d’oro. Alcune api non hanno più il dorso. Altre sono aperte esattamente in due. Altre ancora sono integre, atterrate a giusta conclusione di un volo, proprio alla fine del loro ciclo vitale. Ti inginocchi. Studi le creature da vicino. Sopra di te, svetta la siepe. Quelli della casa accanto non possono vedere oltre. Questo minuscolo giardino londinese è un cimitero segreto. Solo tu partecipi al lutto.
Va detto che dal tuo arrivo in città sei stata attenta ai particolari. Li hai raccolti, messi da parte. Sei un ricettacolo di informazioni. È una sensazione nuova per te, questa disponibilità di spazio. Prima hai sempre sentito l’ingombro, il peso di ciò che ti ha fatto come sei. Ti chiedi se non sia una condizione necessaria per poter vivere nella metropoli, scartare l’esistenza passata per fare posto a una nuova, infinitamente più complessa. Sei qui da poco tempo. Arrivi dal profondo nord. Hai lasciato dietro di te brughiere gialle e campi fradici. Hai lasciato le persone che conosci, che ti hanno cresciuto, indurito.
Non è legato al lavoro, questo trasferimento; non si tratta di un nuovo impiego, richiamo per tanti che emigrano dalle campagne. Hai lasciato la tua vecchia casa per un’altra ragione, una ragione che ti appare banale, nel calderone di questa nuova vita. Sei venuta qui per dimenticare, per voltare pagina. E con questa svolta, qualcosa di livido che hai dentro ti ha aperto la carne in due ed è uscito fuori. Qualcosa di rosso, essenziale. L’hai sentito andar via. È successo mentre scendevi dal treno alla stazione di Euston, quando eri sul binario e hai allungato la mano nella carrozza per prendere la valigia. C’è stato un fenomeno interno improvviso, come un crampo o uno schianto, come di acque che straripano. Qualcosa ti è risalito dal petto. Ti ha aperto in due. Si è trascinato tra le pareti di muscoli, è scivolato fino a terra e si è infilato tra la folla. Quel che resta ora è il floscio involucro rosa di un essere umano, che porta il tuo nome e la tua storia dimenticabile. Una sacca di pelle con dentro qualche organo e un po’ di sangue; viscere, che collaborano solo lo stretto necessario per tenerti in vita. In verità è un sollievo. Questo ridimensionamento del sé. Questa degenerazione. Non provi dolore, né fame o desiderio di nulla. Non ti importa dover fare a meno di quel vivo rossore primordiale. Hai ottenuto misericordia.
Percorri il giardino in ginocchio, poggi le mani a terra e ti allunghi in avanti. Eccole, le api. Sono disposte in modo strano. Sembra che si siano raccolte in gruppi, che abbiano scelto punti comuni dove spirare. Ne prendi una per la zampa ricurva e la posi sul palmo della mano. Una setola secca. Un cardo. Carta bruciacchiata. Che cos’è che le ha uccise? È per una contaminazione degli alveari? Gli è finito qualcosa in gola o sono stati i pesticidi? È l’inizio dell’olocausto che porterà alla morte di pascoli e bestiame, il crollo della catena alimentare dell’impollinazione?
Sei fortunata ad avere il giardino, certo. Sei fortunata a essere dove sei. Poteva andare in modo molto diverso. Un monolocale a Hackney: senza cauzione e rancido. Il suono del campanello, valigia in mano, la logica per cui la tua unica indiscrezione impulsiva di mesi prima ha forse suscitato una qualche forma di profonda tenerezza. L’uomo sulla soglia ti guarda, cercando di ricordare, e la sua ragazza che grida dalla cucina, Chi è, tesoro? Hai fatto un atterraggio morbido sulla più dura delle città, con poche cose appresso, solo quello che sei riuscita a portare, e un corpo appena sventrato. La tua più vecchia compagna di scuola ti ha accolto in casa, la sua coinquilina se ne è andata proprio quando a te serviva una stanza. Hai pagato due mesi d’affitto anticipato, anche se lei ha detto che potevi farne a meno. Non hai battuto ciglio davanti al prezzo.
È un’altra che viene dal nord, questa amica, dalla stessa valle intrisa d’acqua, ma un paesino più in là. Siete rimaste in contatto fin dalla scuola, in qualche misura, a seconda di come ve la passavate di anno in anno. A scuola eravate buone amiche. Andavate in città insieme, nel fine settimana. Lei era carina, ma non altrettanto fortunata coi ragazzi. Una volta vi siete ubriacate e baciate, ma la situazione era così irreale che non ne avete mai parlato; può anche darsi che te lo sia inventato. Lei era brava a scuola. Ora è una professionista e il suo dialetto si è smussato, ha ammorbidito i contorni. Lavora in editoria, accompagna autori da un evento all’altro, sopporta egocentrismi e crisi isteriche.
Sei andata a trovarla qualche volta prima di trasferirti, anche se è stato difficile allontanarsi dalla fattoria – hai dovuto usare la scusa dello shopping natalizio – e quaggiù hai scaricato la tensione. Ti è sempre piaciuto venire in città. La folla di gente, l’anonimato, l’intreccio di fili elettrici e treni, l’energia. Mentre eri qui hai criticato la grettezza e l’isolamento dei Borders, hai detto che rimpiangevi di non aver lasciato tutto quando ne avevi l’occasione. Puoi sempre venire giù, ti ha detto lei. Lo fanno in tanti. Avete condiviso bei ricordi di scuola e di camminate sulle colline, di pub di campagna frequentati da vecchi, di fidanzati lasciati, di quelli a cui avete lasciato la verginità. L’hai aggiornata sui pettegolezzi locali, su cosa fanno quello e quell’altro, su chi scopa con chi. Hai pianto, e senza dire parole lei ti ha consolato. È venuta al tuo matrimonio, dieci anni fa. Ha visto tutto, il tavolo rovesciato e i vetri rotti. Sa delle circostanze che ti hanno portato a venire qui, ma solo quel tanto che tu hai voluto raccontare. Non chiederà altro. Aspetterà che sia tu ad affrontare l’argomento. Lei è del nord.
In confronto alle maestose colline ricoperte di erica, alle distese d’acqua e alle pianure della tua regione d’origine, questo giardino sembra minuscolo, condensato. C’è una panchina, quella dove ora sei seduta con un’ape morta in mano. La panchina è infastidita da cespugli non potati, ti sembra siano ortensie, anche se non sei brava a riconoscere certe piante. Una panciuta stufa messicana è sistemata da un lato, vicino alla finestra della cucina. C’è una casetta per gli uccellini. Vasi di piante. Queste cose appartengono alla tua amica, che vive in città da quasi dodici anni, abbastanza da farne casa sua, abbastanza da acquisire proprietà personali e una buona cerchia di conoscenze. Ha un paio di cesoie, una paletta, confezioni di semi di ginestra e violetta. Si prende cura del giardino per rilassarsi dopo il lavoro. Ma le sue giornate sono lunghe, spesso deve uscire la sera, per partecipare a rassegne e lanci promozionali; è via per gran parte del tempo. Questo posto è tutto per te, il che è un bene, in un certo senso. Sei uscita su questo fazzoletto coltivato di natura già diverse volte. La mattina, per accalappiare il sole velato che si sprigiona dai tetti. Non lavori ancora, anche se presto dovrai trovarti qualcosa. Hai sorseggiato bicchieri di vino qua fuori, nel fine settimana, con la tua coinquilina: è contenta di farti compagnia quando può. È allora che cerca di dirti che andrà tutto bene, le sue affermazioni brevi e incontestabili. Annuisci sempre. Sì, è meglio così. Sì, ce ne saranno altri. Sì, sei ancora giovane. Vieni qua fuori di notte, quando non riesci a dormire – il letto è ancora strano, dormire da sola è ancora strano – o per rinfrescarti. L’estate di Londra è più umida del previsto. E sei uscita qua fuori per scoprire l’origine di quei latrati e fruscii notturni, di quegli ululati inquietanti, rumori che sembrano fuori luogo in questo ambiente urbano, ma con cui sei in sintonia. La luna in città è immensa e spenta.