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La Piramide di Juan Villoro
Vertigine narrativa di Rosa Beltrán

juan-villoro-la-piramideIn un universo cosmopolita dominato dalla violenza, Juan Villoro è diventato una delle voci più suggestive della letteratura contemporanea in lingua spagnola. In questo testo, letto durante la presentazione del suo ultimo romanzo, appena pubblicato da gran vía con il titolo de La Piramide, Rosa Beltrán riflette sui temi e gli orizzonti della narrativa attuale.

In Rumore bianco il grande romanziere Don DeLillo ci mostra un mondo in cui è impossibile distinguere tra verità e mito. In questo universo non si può sapere cosa è reale e cosa obbedisce alla fantasia. Sta piovendo? Chiede un padre al figlio adolescente, che come tutti i ragazzi si ostina a contraddire il padre con argomenti incontestabili, benché assurdi.
Non lo so, risponde il figlio. Il padre dice di verificare mettendo il braccio fuori dal finestrino. Piove o no? Il figlio risponde che dipende: in un tempo governato dalle leggi di Newton, piove, ma secondo la teoria della relatività può anche darsi che non sia così, nonostante entrambi in questo momento si stiano bagnando. In questo romanzo la realtà del pop e della controcultura viene contaminata dalle verità della filosofia, della scienza e del mercato, al punto da ridurre la differenza tra cultura alta e cultura del consumo, mettendo in discussione ciò che consideriamo indubitabile. In realtà, l’operazione di DeLillo consiste nel creare una parabola sull’impossibilità della rappresentazione nell’epoca postmoderna.

Nella Piramide di Juan Villoro succede qualcosa di analogo. L’autore ha rielaborato l’idea di paradiso vacanziero a cui i turisti stranieri ricorrono per cercare (e trovare) emozioni estreme. Atti terroristici, sequestri-lampo, finte violenze il cui successo dipende dal sembrare verosimili, tutto allo scopo di soddisfare il bisogno di adrenalina a cui il cinema e i reality show li hanno abituati. O ci hanno abituati. Ma davvero ci siamo assuefatti alla violenza? Penso di no.
Sin dalle prime pagine il lettore sa di essere davanti a un romanzo a metà strada tra il realismo e il simbolismo; il tema della violenza come atto ricreativo e totem della nostra epoca è il motivo centrale per una riflessione sulla gratuità del dolore, sull’etica e sull’amicizia in tempi convulsi come quelli in cui viviamo. Il tono di questo romanzo impone una distanza che ci costringe a sperimentare la violenza come rappresentazione, impedendoci di sperimentarla come violenza in quanto tale.
Basandosi sul motto che “il pericolo è il miglior afrodisiaco” Mario Müller, ex cantante rock, amministra La Piramide, un resort ispirato al Tempio delle Iscrizioni di Palenque, in cui ogni giorno si mettono in scena situazioni attraverso cui si ricorda ai visitatori che, di tutte le emozioni negative, la paura è l’unico istinto a cui la società dei farmaci e dell’euforia non è disposta a rinunciare.
«Offriamo qualcosa di più che un semplice sport», dice Mario Müller al protagonista Tony Góngora, amico d’infanzia ed ex componente del gruppo rock Los Extraditables, che ha assunto per sonorizzare i movimenti dei pesci di un acquario. «Offriamo turismo estremo. Siamo in una zona di guerrilla. Ogni tanto i turisti entrano in contatto con i presunti ribelli. Si prendono un bello spavento e tutto torna alla normalità… Non ti sembra un successo? Sandra li aiuta nell’addestramento: non è facile rappresentare la violenza».

Davanti a un romanzo del genere, la prima cosa che ci si chiede è perché qualcuno vorrebbe rappresentare la violenza e perché qualcun altro dovrebbe pagare per assistere a questo spettacolo, se in un Paese come il Messico se ne trova in abbondanza nella realtà di tutti i giorni. Ma è solo allora che ci rendiamo conto di essere caduti nella trappola. In un Paese come il nostro, la realtà è la cosa più difficile da trovare. «Il terzo mondo esiste per salvare gli europei dalla noia», dice Mario. «Quello che per noi è orribile, per loro è un lusso». Ed è vero. I turisti stranieri non vanno forse a Teotihuacán per sentir parlare di sacrifici umani? Non vanno forse nella regione maya per sentir raccontare di principesse ingioiellate e sacrificate nei cenotes? Che cosa succederebbe se durante una visita turistica la guida non parlasse mai di queste cose?
Ricordo che una volta a Uxmal assistetti a uno spettacolo di luci e suoni in cui una voce fuori campo raccontava antiche leggende maya tratte dal libro di Médiz Bolio. Dietro di me c’era una coppia di americani con due figli, di sette e dieci anni. Mentre la voce raccontava la storia della principessa Sac Nicté o ricordava la saggezza di quella civiltà che inventò lo zero prima di tante altre e conosceva gli astri come le proprie tasche, la famiglia chiacchierava, mangiava caramelle che estraeva da rumorosi sacchetti di plastica, faceva chiasso, litigava e si sentiva soddisfatta senza rendersi conto di aver pagato per conoscere quella storia e senza considerare che gli altri potevano conservare ancora questo interesse. All’improvviso si spensero le luci. Nell’oscurità risuonarono due conchiglie mentre un fascio di luce fece apparire due serpenti scolpiti nella pietra che si alzavano in modo piuttosto spettacolare. La famiglia americana si animò. La voce che prima si era dimostrata cordiale, divenne sinistra. «Kukulkáaaan…» ripeteva come dall’aldilà, «Kukulkáaaan». «Peter Pan!» gridò il figlio minore, e i genitori annuirono: «Peter Pan, ma con sacrifici umani!». La famiglia rimase in silenzio, affascinata. Si poteva avvertire l’emozione di chi ha pagato per sentire la storia che vuole ascoltare e, quindi, finché riceve la sua dose di orrore non rimarrà deluso.
deluso.
E così, attraverso l’ironia, Juan Villoro ci conduce nuovamente lungo quella sottilissima linea tra la verità e la sua iperbole, a cui ricorre per mostrarci l’assurdità della condizione umana.
La Piramide è quasi un comic manga e al tempo stesso una fantasia gogoliana sul nostro presente. Questo centro vacanze che offre pericoli controllati è l’emblema dei valori della globalizzazione. La paura come spettacolo e stimolo, il riciclaggio di denaro e le fatture false come guadagno.

«Benvenuto nel mondo reale, Tony!» dice Mario all’amico che ha perso la memoria e arriva alla Piramide per recuperarla e ritrovarsi. «Gli hotel abbandonati sono uno splendido affare. Hai visto gli edifici della costa? Ci vivono topi, tassi, i gabbiani fanno il nido nelle soffitte, ma ufficialmente sono pieni. È il miglior modo per riciclare denaro. Ho imparato molto dagli inglesi. Sono loro ad aver inventato i paradisi offshore nelle loro antiche colonie. Il ‘Financial Times’ riporta questo dato: il dieci per cento del riciclaggio di denaro viene fatto da Londra. Gli hotel falliti sono perfetti per simulare investimenti e portare avanti una contabilità fantasma. Hai letto Le anime morte
«Sì».
«Io no, ma me l’hanno raccontato. Questa ne è la continuazione: I turisti morti. Se in Russia potevi incassare per dei servitori morti, qui lo fai per camere vuote. Il denaro del traffico d’armi, della tratta delle bianche, del narcotraffico non può arrivare come se nulla fosse in una banca, deve per forza fare un giro».

In effetti, nel romanzo di Gógol il personaggio principale, Čičikov, compra i nomi dei servi morti e grazie alle sue visite in diverse tenute ci mostra la decadenza della Russia zarista attraverso gli emblemi di un sistema feudale in rovina. Nella Piramide, Juan Villoro fa un elenco simile di abitudini e affari sinistri filtrati dalla legalità: il diritto all’ozio e il benintenzionato mercato del turismo, industria nata solo nel XX secolo. E anche se in questo romanzo è difficile sapere chi mente e chi no o da che parte si trovano il bene e il male, in certi momenti la trama poliziesca lascia intravedere che, da qualsiasi parte uno stia, non ne uscirà illeso. Nemmeno il lettore, che non può farsi un’idea completa di ciò che succede. La ragion d’essere di questo centro vacanze è in realtà il riciclaggio di denaro? La vendita di droga nascosta in grotte sottomarine? La tratta delle bianche?… Le possibilità aumentano man mano che si avanti nella lettura. Per cui non vi sto dicendo molto raccontandovi questo. E dato che il romanzo in fin dei conti è un thriller, il mistero aumenta con l’apparizione del primo morto. O di due. O di una serie di piste e incognite che ci fanno capire che, come in Sotto il vulcano, qualsiasi cosa succeda il tema del viaggio del protagonista nel cuore di questo Paese avvilito e avvilente è, più che una denuncia, una via per l’autoconoscenza. Sulla capacità d’inventiva e la creazione di frasi che sono già citazioni, non intendo soffermarmi. I romanzi di Juan, come tanti hanno fatto notare, sono un concentrato di aforismi. Perciò credo di non tradire lo spirito della Piramide proponendo un metodo di lettura alternativo, che consiste nell’aprire il libro a caso, come fanno i protestanti con la Bibbia per spronare l’immaginazione alla ricerca del soffio divino. Perché, come Borges ci ricorda, secondo la stessa Bibbia lo spirito soffia dove vuole.

Alla vertigine di questa narrazione supercontemporanea, superingegnosa, scritta con tanta malizia, si aggiunta un ulteriore pregio. Per la sua complessità e raffinatezza, alla fine della lettura uno si sente più intelligente. I romanzi di Juan provocano questo strano effetto: fanno sì che il lettore si senta migliore. Probabilmente il cambiamento che si prova è solo un miraggio. In ogni caso, il viaggio nella lettura verso questa sensazione finale vale decisamente la pena.

Testo letto durante la presentazione de La Piramide di Juan Villoro il 24 marzo 2012 presso la Librería Gandhi, succursale Mauricio Achar, Città del Messico e riportato sulla Revista de la Universidad de Mexíco, agosto 2012, numero 102.

Traduzione di Stefania Marinoni

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