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Niente di niente – 2^ parte

Z-foto-VillalobosCome promesso, pubblichiamo la seconda parte di “Niente di niente”, racconto inedito di Juan Pablo Villalobos, l’autore di Se vivessimo in un paese normale. La prima parte la trovate quiBuona lettura!

Dopo aver preso il caffè e mangiato qualche chilaquiles di pollo bello piccante, il Presidente in Persona era intervenuto direttamente e, nominato un Direttore delle Operazioni, decise di inviare sul posto il Direttore d’Immagine della Presidenza della Repubblica, un tipo specializzato nell’aggrottare le sopracciglia in modo strano. L’ordine che arrivò dall’alto fu di scattare una fotografia eloquente, un’immagine impressionante della montagna di soldi, ovviamente accompagnata, in didascalia, dalla spaventosa cifra che sarebbe venuta fuori dal conteggio. Come si vede, il Presidente in Persona era un fervente devoto di quel detto secondo cui un’immagine vale più di mille parole, e aveva ragione, soprattutto dal suo punto di vista e con riferimento a sé stesso, cioè, alle mille parole pronunciate dal Presidente in Persona in uno dei suoi roboanti discorsi. In ogni caso, il mondo ideale non esiste e, per quanto il Presidente in Persona si sforzasse, il giorno dopo i giornali gli avrebbero sicuramente rovinato l’impatto della fotografia con i loro inutili testi scritti in modo orribile, in cui avrebbero spiegato la gloriosa vittoria delle forze dell’ordine sulla malavita.
Ma non dimentichiamoci della tragedia che incombe sulla classe proletaria! Succede sempre così quando si trova un centoundici, ormai era impossibile prendere i quattrini, spartirseli e scappare mantenendo il segreto, benché ci fossero molti pani per molti denti: non che i quattrini non bastassero per tutti, erano più che sufficienti per produrre automaticamente decine di milionari, però era un centoundici, non certo adatto al furto da formica, una faccenda di Stato, sissignore, una faccenda di Stato, che nessuno ci metta le mani, cazzo, se non vuole diventare davvero una  formica e prendersi qualche pestata sterminatrice.
Entrò in scena il Direttore d’Immagine e la prima cosa che fece, dopo essersi sbalordito tremendamente alla visione dei quattrini, fu parlare con chi aveva fatto la scoperta per dare un volto agli eroi della storia. Il Sergente Primo gli piazzò davanti i due agenti, sempre belli spettinati, non senza le proteste dei caporali, del Sergente Secondo, eccetera: Sono stato io! Sono stato io! Questi cretini non avevano trovato niente! reclamavano. Il Direttore d’Immagine aggrottò le sopracciglia in segno analitico, dedicò uno sguardo sommario ai due agenti e troncò di netto la sollevazione degli aspiranti eroi nazionali con un gesto aristocratico, come se fosse nato dov’era nato e avesse studiato semiotica all’Università:
«Zitti, zitti! Voi non mi servite. Qui comando io e dico che voi potete andarvene affanculo».
Soffocata la rivolta, il Direttore tornò a guardare i due agenti, ora con calma, dall’alto in basso, li scrutò con dedizione, con delizia, aggrottando un sopracciglio decostruttivo accompagnato da un sorriso sardonico piuttosto stronzo:
«Ah, cazzo, sta piovendo?»
«No signore, non piove» rispose uno, confuso.
«Lo so, lo so, era uno scherzo» lo interruppe il Direttore con un sopracciglio elegante e incredulo mentre fulminava con lo sguardo le patacche sparse sulle due divise, davvero questi sono così cretini?
«Ma non piove, c’è un sole da paura» disse l’altro.
«Com’è successo ’sto casino? A che ora siete arrivati? Chi vi ha informato?» volle sapere il Direttore.
«Verso le sette, signore, ci ha informati una fonte, sa, non possiamo dirle nulla, sennò quelli ci mandano all’inferno», rispose quello con la capigliatura peggiore.
«Ma loro non hanno trovato nulla, non avevano altro che ventimila pesos, sono stato io a scoprire la storia delle pareti!» lo interruppe il Sergente Secondo.
«Le ho già detto di starne fuori, Sergente, ho l’ordine dal Presidente di occuparmi di tutto, capito? Da quando è così preciso? Non è forse un poliziotto? E cosa vi ha detto la fonte? Chi pensavate di prendere o cosa?»
«Nessuno, signore, ci avevano detto solo che nella casa c’erano un casino di quattrini» disse quello che aveva mangiato tamales dei poveri.
«Ah! Ma non era un’operazione?»
«Sì certo, un’operazione, questo abbiamo fatto».
«Rimanete qui» disse il Direttore con un gesto dittatoriale, «non ve ne andate, non cambiatevi, non vi toccate un capello, ci servite per una foto. Bel colpo, il Presidente della Repubblica ha autorizzato una ricompensa di cinquemila pesos a testa. Cinquemila pesos!»
Deciso il cast per la rappresentazione – anche stavolta il racconto epico di due morti di fame che si elevano dalla propria miseria – il Direttore si avvicinò alla sala per controllare il conteggio e la sistemazione dei soldi. Se ne stavano occupando in otto, sei che contavano e due che innalzavano l’incipiente montagna di soldi già contati. Per lavorare avevano spinto tutte le banconote in un angolo della sala, se si può chiamare angolo una superficie che copre più della metà dello spazio complessivo. Un angolone, insomma. Nel giro di un’ora avevano contato soltanto quattordici milioni e quattrocentomila dollari, solo questo, quattordici milioni e quattrocentomila dollari, un casino di quattrini, ma una quantità ridicola a vedere il mucchietto che formava. Facendo un calcolo, geometrico prima e aritmetico poi, il Direttore concluse che si trattava all’incirca del cinque per cento del totale. Riorganizzò il lavoro, coinvolgendo altri che s’intrattenevano in compiti fondamentali per la burocrazia come guardare, speculare e sorprendersi, fino a far sì che fossero in tredici a contare e in cinque a innalzare la montagna. Vediamo se così vanno più veloci!
C’era bisogno della foto prima delle sei del pomeriggio perché i telegiornali della sera avessero tempo di riorganizzare i loro sproloqui intorno all’immagine. Ci sarebbe stata una dichiarazione ufficiale del Procuratore. E un’altra foto: un’immagine del Procuratore e del Presidente della Repubblica in Persona che si stringono la mano nell’ufficio presidenziale, apparentemente molto contenti, facendo sorrisi impostati e congratulandosi sollevati come due soci che hanno appena chiarito un malinteso e possono ricominciare a fregarsi. Ma no carissimo, io con sua moglie non ci sono mai andato a letto, glielo giuro sulla mia mammina che è in cielo. Ah benissimo, qua la mano!
La montagna cresceva e il Direttore aveva cambiato idea riguardo ai due agenti, l’immagine di una coppia di straccioni accanto a una montagna di soldi non avrebbe ispirato, come si era immaginato all’inizio, i valori dell’umiltà e della povertà, ma solo laconica malinconia – e senza il gioco di parole. «Che si mettano divise nuove» ordinò con uno strano aggrottamento apocalittico che non c’entrava nulla, «uniformi da cerimonia e scarpe di vernice lucida, e che si lavino, fate venire una parrucchiera perché sistemi questi spettinati così penosi, se possibile».
Cominciò allora a passare il tempo, che non si fermava, davvero?, non cessava, spinto dall’azione, ah! Alcuni innalzavano la montagna di soldi, altri cercavano di rendere presentabili i protagonisti dell’incredibile evento e altri ancora indagavano sulla provenienza di tutti quei quattrini. L’obiettivo finale era annullare l’astrattezza della situazione, svuotarla di mistero per riempirla di realtà e questo si otteneva attraverso la forma, l’immagine che si stava costruendo come vessillo dell’inequivocabile vittoria del governo. L’esempio migliore era dato dai soldi, che non erano più un mostro o un buco nero o un mucchio di merda: il blocco che stavano costruendo lo delimitava, lo riportava all’ordine dal quale non sarebbe mai dovuto uscire. Per questo alla fine la montagna non sarebbe stata propriamente una montagna, ma un immenso blocco rettangolare la cui forma aveva lo scopo di eliminare l’inquietante. La montagna di soldi era sempre una montagna, perché quella bella parola era fondamentale, ma solo come metafora, per esprimere in modo eloquente che si trattava di un casino di soldi, un colpo alla criminalità di proporzione himalayana!
Erano quasi le quattro del pomeriggio quando un Tenente colonnello con un casino di medaglie scintillanti attaccate alla divisa, uno dei militari di alto rango presenti, convocò una riunione di emergenza. In quel momento la montagna era al settanta o ottanta per cento, stimavano, diciamo un settantacinque per cento, e il conteggio indicava duecentodieci milioni di dollari. Duecentodieci milioni di dollari. Un casino! Presto avrebbero potuto fare una fotografia, sulla parete in fondo avevano messo dei teloni con gli stemmi della Magistratura, della Polizia, delle Forze Armate e l’involontariamente anti-artistico logo della Presidenza della Repubblica. L’idea era che la foto dovesse immortalare le istituzioni o, come minimo, che l’immagine istituzionalizzasse l’immortalità.
Il Tenente, il Direttore e il Sergente Primo si chiusero in una delle stanze senza chiave, sforzandosi di sembrare il più sospettosi possibile per enfatizzare le rispettive alte cariche.
«I soldi sono puliti» informò il Tenente.
Seguì un breve silenzio, non c’è bisogno di dire che sembrò eterno perché non è vero, fu corto, servì solo perché il Direttore d’Immagine e il Sergente Primo verificassero la propria competenza linguistica, cioè se parlavano la stessa lingua del Tenente, in modo da confermare che avevano capito quello che avevano capito.
«La domanda è: chi voleva fregarci?» continuò.
«Come sono puliti? Che intende dire?» lo interruppe il Direttore d’Immagine, che iniziò ad aggrottare le sopracciglia in combinazioni piuttosto contraddittorie.
«Che sono puliti vuol dire che sono puliti, si tratta di un sette, ve lo devo spiegare?»
«Senta, a me m’ha mandato qui il Presidente…»
«Ssst, ssst, a lei non hanno insegnato quando deve chiudere quel cazzo di becco? Lei crede che le direi che i soldi sono puliti se non lo fossero? Non lo sa cos’è un sette? Davvero, Sergente, abbiamo controllato diverse volte, non credevamo che potessero essere così cretini».
«Sono due agenti semplici, Tenente, come potevano immaginarselo!» si difese il Sergente Primo.
«E tutti gli altri? Sono cretini! Come si può confondere un centoundici con un sette
«Noi pensavamo che fosse un settantatré…»
«Ma non dica cazzate! Non dica cazzate!» s’intromise nuovamente il Direttore d’Immagine. «Cosa ci fa tutto ’sto casino di soldi in una casettina di merda?»
«Stia zitto».
«Ha presente la Svizzera!? Andorra!? Liechtenstein!? Non dica cazzate! In Uruguay parlano spagnolo, se è questo il problema!»
«Chiuda quella cazzo di bocca! Fate venire quei due cretini, quelli che sono arrivati per primi, ora vediamo di chiarire tutto».
«Con tutto il rispetto, Tenente, lei non ha né il potere né l’autorità per farlo, parlerò io con loro» protestò il Sergente.
«Senta, Sergente, qui si fa quello che dico io e per ordine di chi sa lei. Forse non si è accorto di com’è cambiato il Paese? Non si è accorto di chi comanda ora? Vuole una prova? Vuole una prova?»
Il Sergente Primo uscì quasi di corsa a cercare i due agenti, questo sì che è comandare, altro che cazzate con sopraccigli espressionisti! E come se non bastasse, ogni volta che il Tenente gridava era accompagnato dal tintinnio delle medagliette, clang-clang. Clang? No, non così, è un casino riprodurre l’energica vibrazione di una cassa toracica marziale, ma la combinazione di urli e tintinnii era bella imponente. Ordinò di sgomberare subito la casa, Datevi una mossa, tutti dovevano allontanarsi con l’idea bella chiara che lì non era successo niente. Qui non è successo niente, cominciarono a ripetere tutti come se fossero venditori ambulanti, Niente, niente di niente, guai a chi parla! Gli sarebbero state inflitte terribili torture, si dice mai viste ma in realtà molto comuni, torture cinesi mischiate con giapponesi e private di ogni residuo di pietà.
Nello stesso istante in cui il Direttore d’Immagine abbassava il sopracciglio, il Sergente Primo tornò nella stanza da solo e con la coda tra le gambe:
«Tenente, ora non possono venire, gli stanno tagliando i capelli».

Traduzione di Stefania Marinoni

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