In vista dell’uscita del nuovo romanzo di Villalobos Se vivessimo in un paese normale prevista per il 26 marzo, pubblichiamo la prima parte della traduzione di un racconto dell’autore apparso sulla rivista messicana Letras Libres con il titolo originale di Pinche nada. Mercoledì prossimo la seconda parte.
Traduzione di Stefania Marinoni
Erano delusissimi ma ormai si stavano rassegnando: Niente da fare, perché queste cose capitano sempre a noi? si ripetevano, Abbiamo il malocchio, ci serve un rito di purificazione, anche se uno di questi giorni ci tocca di sicuro, bisogna continuare. Si misero a dividere i maledetti ventimila pesos che avevano trovato. Ventimila pesos! Un cazzo. Oltre a essere di cattivo umore erano anche belli spettinati, uno perché si era alzato di corsa per l’operazione e non aveva avuto nemmeno il tempo di passare in bagno: si era messo la divisa ed era uscito di casa veloce come un razzo. Come un razzo avido, bisogna dirlo, e, parliamoci chiaramente, come un razzo obeso e stropicciato. L’altro non aveva speranze, era la genetica che lo costringeva a essere spettinato, con quei capelli che andavano da tutte le parti come le setole di una scopa.
Erano così alle strette che nonostante la fretta si erano portati tutti uno zaino per metterci quello che gli sarebbe toccato, ognuno col suo stramaledetto zaino, davvero: il fatto è che si aspettavano una montagna di soldi. Non che fossero fantasiosi così, senza motivo, avevano le loro buone ragioni: l’informazione che gli avevano passato era che nella casa c’era un casino di soldi. Diecimila pesos a testa! In banconote da venti pesos non erano che un mucchietto ridicolo, cinquecento foglietti azzurri, in sostanza. Quanti quattrini ci vogliono per fare una montagna di soldi? Stavano ancora facendo il calcolo quando arrivò il capo con altri due del dipartimento, un paio di appuntati leggermente meno straccioni.
“Porca… Due più tre cinque, venti diviso cinque, quattro. Cazzo”. (Questo era solo un pensiero, ma ci sta benissimo nel copione).
«Dov’è il fermato?»
«Non c’era nessuno, Sergente».
«E che cazzo state facendo?»
«Ispezioniamo, Sergente, avevamo informazioni da una fonte ma la casa è pulita, non ci sono armi, né droghe, non c’è niente di niente».
«Non c’è niente di niente o ve lo siete già fottuto?»
«Negativo, Sergente, non c’è niente di niente».
«E i quattrini?»
«Ah, soltanto ventimila pesos, erano sotto il materasso». Mannaggia! (20/5=4)
«Ventimila pesos? Non dite cazzate… E perché siete così sporchi e spettinati? Come potete avere una divisa così lercia? Poi arrivano i giornalisti e fanno le loro cazzo di foto in cui veniamo sempre come dei maledetti pezzenti. Andate a sistemarvi! E lasciate qui i quattrini».
Andarono in bagno insieme, come due comari che vogliono raccontarsi pettegolezzi, e dovevano essere delle storie molto imbarazzanti perché chiusero persino a chiave. Raccontami, compare! Cominciarono a buttarsi acqua sui capelli, a sistemarsi, ma ottennero solo la stessa triste spettinatura, ora anche bagnata. Un wet look, insomma. Ne approfittarono per levarsi qualche cispa gigantesca e togliersi del muco impressionante, chissà come avevano fatto fino a quel momento a vedere e respirare con tali ostacoli. Cispe e muco che sembravano stalattiti. Uno di loro si sforzò di togliersi un pezzo di carne che gli era rimasto incastrato tra gli incisivi superiori, la sera prima aveva mangiato tamales dei poveri, di quelli che sono tutta pasta e pochi pezzettini di carne, e proprio uno di questi gli era rimasto tra i denti! Poi si stirarono la divisa con le mani sperando in un effetto magico, come se le loro mani fossero di ferro a novanta gradi ed emettessero vapore. Insomma, le divise rimasero stropicciatissime. Si bagnarono anche le macchie sparse qui e là, sugo, olio, qualche fluido inconfessabile e grattarono anche un po’, alcune macchie se ne andarono, altre no, e ora sembrava che avessero giocato alla fontana di un parco.
Da fuori cominciarono a sentire dei colpi demolitori, la casa tremava. Ehi, scemi! Sembrava fosse lì lì per crollare. Svelto! Perché hai chiuso a chiave? Uscirono di corsa dal bagno ed ecco cosa videro: i due scagnozzi del Sergente stavano dando delle tremende mazzate contro le pareti della sala. Aprirono un buco e dal muro cominciarono a piovere mazzette di bigliettoni, una cascata di dollari! Dollari! Non quei cazzo di pesos!
«Siamo proprio scemi, davvero!» conclusero in silenzioso unisono.
«La porta! Coprite l’entrata! Sentite, idioti, se voi vi comportate bene con me, io mi comporto bene con voi» disse il Sergente mentre batteva con il pugno destro sulle altre pareti della casa, cercando il suono vuoto della felicità.
Era proprio una cosa grossa, secondo l’analisi preliminare del Sergente c’erano otto pareti piene di soldi. Otto! Un casino di quattrini. Una montagna di soldi. E dire che la casa non era neanche tanto grande: oltre alla sala c’erano solo due camere, il bagno, la cucina, l’ingresso e un cortiletto sul retro per stendere i panni. Sessanta, massimo settanta metri quadri.
Il Sergente ordinò ai suoi scagnozzi di aprire tutte le pareti. Veloci! Un piccolo buco, solo per confermare il ritrovamento. E, sì, venne fuori che c’erano quattrini in ognuna delle otto pareti. A giudicare dalla quantità di banconote che erano uscite dalla prima, tanta fortuna avrebbe finito per diventare un problema. La scoperta acquisiva un altro livello, c’erano dei codici e il Sergente sapeva perfettamente che era impossibile prendere i soldi e scappare. Voglio dire, era impossibile prendere i soldi e scappare senza avvisare il capo. Gli telefonò.
«Capo, abbiamo un settantatré da paura, deve venire a vedere».
Gli comunicò l’indirizzo dove si trovavano e anche se non erano nemmeno le otto di mattina non ci fu bisogno di insistere, il capo era già per strada. Tale prontezza mattutina necessita una spiegazione: un settantatré è già di per sé una cosa da paura, per cui se un Sergente parla di un settantatré da paura vuol dire che sta succedendo una cosa davvero grossa. Dalla porta cominciarono a sentirsi insulti, urla, gli spettinati chiamarono a gran voce il Sergente.
Fuori c’era un gruppetto di cinque caporali che volevano entrare, anche a loro era arrivata la soffiata. Sembrava un concorso per straccioni. In realtà, nonostante fosse mattina presto, niente giustificava tanta trascuratezza, tanta sporcizia, tanta confusione capelluta. Meno male che due avevano la visiera, così bisognava sopportare solo gli altri spettinati, tre – sono sempre tanti!
«Che ci fate qui, maledetti figli di puttana?» disse il Sergente. «È un quarantotto, cretini! Alto livello, smammate. Sta arrivando il capo, forza! Levarsi dalle palle!»
Un quarantotto era una cosa proprio seria, tanto che i cinque iniziarono subito il loro esodo, spogliati delle illegittime aspirazioni, senza ribattere né chiedere ulteriori spiegazioni. Li fermò lo stesso tipo che li stava mandando a farsi fottere.
«Un momento! Ascoltate idioti, com’è possibile che andiate in giro così sporchi? E non venitemi a dire che la paga non vi basta! La pulizia non ha niente a che vedere con la povertà, come fa la gente a fidarsi di noi? I delinquenti vanno in giro pettinati e con vestiti firmati! Teneteci al vostro lavoro, cazzo!»
Il Sergente tornò in sala e scoprì che al centro si stava formando una montagna di soldi. Avevano spostato i mobili in un angolo e dalle pareti toglievano mazzette di banconote a piene mani, con atteggiamento contraddittorio: prima le tenevano abbracciate in grembo, come bambini appena nati, poi le lasciavano cadere a terra senza paura che si rompessero la spina dorsale e rimanessero paralizzate. La visione della montagna provocava una vertigine di angoscia e insensatezza, ed erano solo quelli di due pareti! Perché i soldi possono traboccare rigonfiando i portafogli dei fortunati, o nascondersi in perfetto ordine dentro valigette di vario tipo, o riposare pigramente in casseforti celate dietro insulsi ritratti di dubbio valore artistico, ma i soldi non devono mai essere sparpagliati in terra in cumuli grotteschi. Ai soldi non piace il disordine.
Il Sergente guardava la montagna che si stava alzando e immaginò che si sarebbe trasformata in un mostro che avrebbe inghiottito tutto. Forse il paragone più azzeccato sarebbe stato un buco nero, quello sbotto di soldi era come un buco nero, ma il Sergente non s’intendeva di astronomia, peccato! La metafora ci stava proprio bene.
Quando arrivò il capo, avevano finito di svuotare solo tre pareti. La montagna era alta fino al ginocchio dei più spilungoni e aveva una circonferenza di due metri. E anche se il più alto era solo un metro e settantaquattro, faceva comunque un sacco impressione! E il capo reagì di conseguenza quando lo misero davanti ai quattrini:
«Diavolo! Cazzo! Porca puttana!» con tutti questi punti esclamativi. «Ma chi ci abitava qui? Paperon de’ Paperoni?»
«Non lo sappiamo, Sergente, in casa non c’era nessuno, stiamo indagando» lo informò il Sergente.
Davanti a una tale proliferazione di personaggi innominabili – shhh – dobbiamo fare una breve pausa per evitare confusioni e spiegare alcune cose sulla gerarchia della polizia. È quello che succede sempre per colpa dei soldi: l’accumulazione presuppone, parallelamente, l’ascesa in una scala, qualsiasi essa sia, sempre verso l’alto! Per qualche oscura ragione, ai soldi fa schifo rimanere in basso: il denaro contravviene alla legge di gravità. Per esempio, nel nostro caso, i primi ad arrivare sono stati due agenti, poi un Sergente – capo degli agenti – con due caporali – di rango maggiore rispetto agli agenti. Il Sergente ha chiamato il suo capo, un altro Sergente, ma stiamo parlando di Sergenti diversi, il primo era un Sergente Secondo e il secondo un Sergente Primo. Insomma, erano arrivati in ordine inverso rispetto al rango, il che è logico dal punto di vista della gerarchia. Mai detto migliore di quel “gli ultimi saranno i primi”.
«Bella botta, Sergente! Sono un casino di quattrini!»
«E mancano ancora quelli delle altre cinque pareti!» completò il Sergente Secondo.
Il Sergente Primo rimase a guardare la montagna, a lui non sembrava un mostro e nemmeno un buco nero – non ci sono molti astronomi nella polizia: a lui faceva schifo come una montagna di merda. Non pensiamo male, attenzione! Il Sergente Primo, come tutti quanti, adorava i quattrini. E tuttavia questa visione, tale quantità, banconote a palate, era oscena. Ecco! Questo è l’aggettivo che gli sarebbe piaciuto utilizzare se glielo avessero suggerito: osceno. Sviò lo sguardo verso il soffitto perché non poteva sopportarlo, gli veniva la nausea, bisogna capirlo, aveva interrotto la colazione:
«Sergente, ha visto il soffitto? È in cartongesso, è un cazzo di controsoffitto!» scoprì il Sergente Primo, dimostrando una volta in più che i traumi personali possono essere molto produttivi.
Chiamarono gli spettinati della porta, che trovarono una scopa e uno spazzolone nel cortiletto sul retro, e ordinarono loro di battere sul soffitto. In effetti c’era un controsoffitto, era stato montato in modo così grossolano che smontarlo fu semplicissimo. E indovinate un po’? Piovvero soldi dal cielo. Mazzette e mazzette di dollari. La montagna smise di essere tale, ora erano sommersi di quattrini, le banconote arrivavano almeno fino a metà polpaccio.
«Capirà che devo chiamare il capo, Sergente, questo sembra un centoundici» fu la conclusione del Sergente Primo mentre prendeva a calci i soldi per farsi strada.
Non erano ancora le nove del mattino, un orario disonesto per i capi, ma la situazione lo imponeva, perché non era un settantatré, cosa emozionantissima per agenti, caporali e persino Sergenti, e nemmeno un quarantotto, terreno esclusivo dei Sergenti: si trattava di un centoundici! Le telefonate si susseguirono in una scala vertiginosa: Un centoundici? Sicuro? Sicuro? Bisogna chiamare il capo, ripetevano tutti, bisogna chiamare il capo, con sporadici spostamenti orizzontali tra capi per attivare nuove scale istituzionali. Stiamo parlando di generali, dirigenti, sottoprocuratori, procuratori, segretari, il Presidente della Repubblica in Persona fu svegliato alle nove e trentasette! Di martedì! Roba da pazzi!
In meno di mezz’ora arrivarono sul luogo decine di persone, un bordello di gente che andava e veniva e usciva in strada per fare telefonate isteriche. Deve essere tipo un miliardo di dollari!, gridavano nell’apparecchio, girando continuamente intorno alla sala, dove erano stati tolti i mobili e un gruppo di caporali aveva cominciato a contare e sistemare i soldi. Erano arrivati alcuni civili eleganti e altri agenti, altri caporali, soldati, ispettori, commissari e un paio di militari di altissimo rango, incaricati di scoprire chi viveva in quella casa. Chi? Di chi cazzo erano i quattrini, che me lo presentino!
<continua…>