Vi proponiamo in anteprima un estratto del nuovo romanzo di Juan Pablo Villalobos, Se vivessimo in un paese normale, nella traduzione di Stefania Marinoni, da domani in tutte le librerie e sul nostro sito.
«La cosa mi puzza» cominciò a dirci mio papà quando arrivarono gli escavatori, seguiti da un esercito di muratori. Per tutto il giorno i camion andavano e venivano, scaricando materiale e caricando rifiuti.
Mio padre calcolava mentalmente quante risorse ci volessero per organizzare un simile spettacolo.
«La cosa mi puzza» ripeteva, perché sapeva di benzina bruciata dalle macchine, di cemento preparato dalle betoniere, sapeva di pittura e di saldatura: puzzava di soldi, soldi a palate.
Ai vicini ci vollero in tutto sei mesi per edificare la loro sfarzosa umiliazione alla nostra umile casa. Per tutto quel periodo ogni sera, prima di andare a dormire, visitavamo la costruzione per fare una valutazione critica dei progressi architettonici. Pura invidia del cazzo. La magione non si vergognava dell’esistenza del pendio – come faceva la nostra, che pretendeva di erigersi pianamente su una terrazza artificiale –, al contrario: l’architetto aveva approfittato del colle per disporre le stanze su vari livelli. Non si poteva dire che la casa avesse due o tre piani, piuttosto era costruita su differenti altezze.
Mia mamma sosteneva che le dimensioni della cucina fossero spropositate, ma lo diceva dalla sua prospettiva di piccola borghese fittizia. Chiaro, a che diamine ci sarebbe servita una cucina gigantesca? A organizzare tornei di lancio delle quesadillas? Contando le camere e i bagni, mio padre era giunto alla conclusione che i vicini erano una famiglia numerosa, di quelle vere, con nove o dieci figli. Questa considerazione non era altro che un sillogismo aspirazionale perché faceva pensare che si potesse essere ricchi in una famiglia numerosa, il che implicava una stratosferica quantità di grana. Rimanendo in ambito spaziale, c’era anche un altro controsenso, perché i ricchi non volevano vivere sul Colle di Merda, i ricchi vivevano in centro. Che ci faceva questa casa enorme e lussuosa accanto alla nostra scatola delle scarpe?
Le speculazioni si estesero come le fiamme di un incendio ozioso, conquistando lentamente ogni angolo della casa e scaldando le nostre conversazioni quotidiane, finché un giorno, a metà delle vacanze estive, bussarono alla porta ed ecco arrivati i vicini a gettare acqua sul fuoco. Tanto per cominciare c’erano problemi aritmetici di enorme gravità, dato che per quanto ci impegnassimo riuscivamo a contare solo tre persone che, secondo i nostri calcoli, dovevano essere padre, madre e figlio. Quando aprì la porta per salutare, mio papà cacciò fuori la testa per guardare verso l’orizzonte infinito, sperando di riuscire a intravedere il resto della famiglia.
Per farmi un’idea dei vicini e riscattarli dalla penombra dell’ignoranza, la mia reazione immediata fu immaginare che assomigliassero a orsetti di peluche. Erano tutti e tre robusti, leggermente grassi ma non obesi, diciamo cicciottelli, godevano di quel sovrappeso che nelle famiglie con i soldi è considerato segno di eleganza. Avevano un buon odore, i loro vestiti erano stiratissimi, le scarpe lucenti e gli occhi chiari. Avrebbero potuto essere gli orsetti della storiella per bambini, veniva voglia di entrare di nascosto in casa loro per rubargli la minestra e fare un riposino nei loro letti.
Li facemmo accomodare sul divano della sala mentre mamma e papà avvicinavano le sedie della cucina e noialtri sparpagliavamo i nostri fondoschiena sul pavimento. I vicini fecero lo sgarbo di mettersi sul bordo, in punta di divano, sfiorando appena il mobile. Tecnicamente non erano seduti, perché per sedersi bisogna scaricare il peso del corpo sulla superficie su cui posa il fondoschiena. Si poteva dire, forse, che erano seduti su sé stessi, cosa davvero stancante e di dolorose conseguenze per la schiena. Era chiaro che non intendevano fermarsi a lungo, che le condizioni della fodera del divano facevano loro schifo o che soffrivano di emorroidi – e se così fosse stato, forse avremmo potuto scusarli.
Facendo sfoggio della nostra condizione di piccoli borghesi immaginari, offrimmo loro un infuso di carcadè e biscotti María. Mio padre e il vicino avevano preso sul serio l’incontro, come se fosse un colloquio per un lavoro vantaggiosissimo – uno di quelli in cui si guadagna e non si lavora – o la proposta di matrimonio di una fidanzata molto amata e molto ambita su cui non si era ancora riusciti a mettere le mani.
Durante il turno delle presentazioni il vicino spiegò che prima vivevano a Silao, che stavano approfittando dell’estate per fare il trasloco e ci annunciò che si chiamavano Jaroslaw padre, Jaroslaw figlio e Heniuta. Che il figlio era soprannominato Jarek, per affetto, ma soprattutto per distinguerlo dal padre quando c’era bisogno di chiamarli gridando da lontano. I miei genitori cercavano di contenere lo stupore onomastico come meglio potevano, io e i miei fratelli ce ne stavamo buonini, in questo avevamo ricevuto un addestramento militare, era stata la nostra educazione in società: chiudere quel cazzo di becco. Alla fine arrivò la spiegazione, appena prima che giungessimo alla fantastica conclusione che i vicini fossero suonati quanto noi.
«Siamo polacchi» si scusò Jaroslaw padre.
«Ma che bello, come il Papa» intercedette mia madre, ma se ne pentì subito, non appena si ricordò delle atrocità che i comunisti continuavano a compiere nascosti dietro la cortina di ferro.
La Polonia, più che un Paese, era un alibi perfetto. Dov’era la Polonia? Qualcuno conosceva forse un polacco? Quale crimine volevano insabbiare i tre orsetti inventandosi una genealogia slava? La Polonia permetteva di costruire qualsiasi storia sul passato della famiglia, perché la Polonia non esiste.